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Le antiche Olimpiadi (XV)

Roma 4 settembre 2020 Dopo la breve interruzione estiva, pubblichiamo oggi un nuovo avvincente racconto storico narrato dall’arch. Livio Toschi, nella sua veste di storico della FIJLKAM. Buona lettura!

La lotta (seconda parte)

Era consentito fare sgambetti (ankyrizein o yposkelizein). L’uso attivo delle gambe rende la lotta antica più simile al moderno stile libero che alla cosiddetta greco-romana (termine coniato nell’Ottocento dal lottatore romano Basilio Bartoletti). Luciano di Samosata (Dialoghi degli dei, 7) ha

scritto che il giovane Ermes, «avendo sfidato il fanciullo Amore / alla lotta tosto lo vinse / facendogli mancare i piedi». In un famoso papiro di Ossirinco (il P. Oxy. III 466), in cui un allenatore incita due suoi allievi a scambiarsi dei colpi, si legge: «Tu attacca con un piede». Citando Poliakoff, lo storico e filologo Karl-Wilhelm Weeber scrive che «fra i metodi ammessi era lo sgambetto violento». Diretto da un arbitro munito di una lunga verga, che nell’iconografia spesso appare biforcuta, l’incontro aveva inizio con gli atleti in posizione di guardia (probole): sguardo vigile, gambe divaricate e leggermente flesse, busto proteso in avanti e braccia pronte a sfruttare ogni occasione, come mostrano efficacemente i bronzi ellenistici di due giovani lottatori, provenienti da Ercolano e conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (IV secolo a.C.), che si studiano in attesa del momento propizio per effettuare le prese più vantaggiose alle braccia, al collo o al corpo dell’avversario. Così Eliodoro ha descritto la preparazione di Teagene al combattimento con il gigantesco Etiope: «Raccolse della polvere, se la sparse sulle spalle e sulle braccia [...]; poi distese le braccia in avanti e, appoggiati i piedi ben saldi Essendo le prese iniziali spesso decisive ai fini del risultato, gli atleti cercavano di sfruttarle al meglio per passare all’offensiva o quanto meno per bloccare l’iniziativa dell’avversario. I lottatori venivano sovente raffigurati mentre si afferravano le braccia, con le fronti a contatto, come nell’anfora a figure rosse all’Ermitage di San Pietroburgo (500 a.C.) e nel magnifico rilievo marmoreo al Museo Archeologico di Atene, in cui tutti gli atleti indossano una cuffia o kekryphalos (ma il suo uso rimase limitato agli allenamenti in palestra). I Francesi chiamano garde ovine questo accostamento delle teste, che fa pensare al fronteggiarsi dei montoni (synarattein), come ha scritto Luciano nel dialogo Anacarsi. Nelle Questioni conviviali Plutarco definì systasis («contrasto») la fase di studio. Platone, che aveva gareggiato a Istmia, scrisse che nella lotta bisognava mantenere l’equilibrio (katastasis) e difendersi da tre tipi di prese: alle braccia, al collo e ai fianchi. Una delle prese più comuni consisteva nell’afferrare con due mani un braccio dell’avversario, allo scopo di tirarlo a sé, girarsi fino ad avere il dorso contro il suo torace, piegarsi e farlo passare sopra le proprie spalle (eis ypsos anabastazein) per proiettarlo a terra. Questa situazione di doppia presa allo stesso braccio è mostrata ripetutamente: nel citato rilievo marmoreo al Museo Archeologico di Atene, nel Vaso di Anfiarao a Berlino (VI secolo a.C.), nel collo dell’anfora a figure nere di Nicostene al British Museum (550-525 a.C.), in alcuni stateri di Aspendo, ecc. Le tante raffigurazioni mostrano che la doppia presa si faceva afferrando con una mano il polso dell’avversario e con l’altra il braccio all’altezza del polso, del gomito o dell’ascella. Il lottatore attaccato si difendeva prendendo con il braccio libero un braccio del rivale o premendogli la mano sul torace, circa all’altezza della spalla, pronto a cingere il collo (così fa Atalanta con Peleo) e passare al contrattacco. Spesso i contendenti finivano per afferrarsi un braccio ciascuno, come nella citata anfora a figure rosse al Museo dell’Ermitage.

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