Roma 4 giugno 2020 Pubblichiamo oggi un nuovo avvincente racconto storico narrato dall’arch. Livio Toschi, nella sua veste di storico

della FIJLKAM. Buona lettura!

 

La tregua olimpica (ekecheiria)

Le Olimpiadi ebbero inizio 23 anni prima della fondazione di Roma (dove gli anni si contavano ab Urbe condita) e circa due secoli prima degli altri Giochi del circuito: nel 776 a.C. secondo lo storico siciliano Timeo, ma quasi certamente fu solo la restaurazione di giochi più antichi. Le Olimpiadi vennero “rifondate” appunto nel 776 a.C. in seguito all’accordo tra Ifito, re di Elide, Licurgo, re di Sparta, e Cleostene, re di Pisa, per assicurare la tregua sacra (ekecheiria), che si protraeva inizialmente per un mese, poi per tre mesi. Senza quella tregua ben pochi si sarebbero arrischiati a raggiungere Olimpia da regioni più o meno lontane. Nonostante qualche violazione l’ekecheiria fu dunque «il presupposto per l’uscita degli agoni atletici dal puro ambito locale» [K.W. WEEBER]. Tucidide chiamò quella tregua «legge olimpica» (Olympikos nomos). Nel tempio di Era, narra Pausania e conferma Aristotele, si custodiva il disco di bronzo – forgiato però in epoca più tarda – su cui venne inciso, con una scritta a spirale, il patto della tregua.
Insisto sul termine “tregua”, non “pace” (che in greco si chiama eirene). Ekecheiria, infatti, significa letteralmente «il trattenere le mani» e Aulo Gellio la definì «concordata sospensione del combattimento». Per di più circoscritta solo a chi si recava a Olimpia o ne tornava.
I Giochi furono quasi sempre organizzati dagli Elei, ma i Pisati “usurparono” tre volte la loro direzione (agonotesia): nel 748, 644 e 364 a.C.; perciò l’VIII, la XXXIV e la CIV Olimpiade erano considerate dagli Elei anolympiadai, ossia «non Olimpiadi».

Annunciati per tutta la Grecia da tre araldi (spondophoroi = «portatori di tregua»), in origine i giochi duravano appena un giorno, dal 680 a.C. due giorni, dal 632 a.C. tre giorni e dal 472 a.C. cinque giorni (ma per alcuni autori si protraevano fino a sei o addirittura sette giorni). Erano aperti da una processione che partiva dalla città di Elide, distante 30 stadi da Olimpia, guidata dai porporati ellanodikai (i giudici degli Elleni). La processione sostava presso la fonte Pieria per compiere riti di purificazione prima di entrare nel suolo sacro di Olimpia. Giunta finalmente a destinazione, dopo il sacrificio al padre degli dei si teneva il solenne giuramento di lealtà di atleti, allenatori e giudici davanti alla statua del temuto Zeus Orkios, «custode dei giuramenti», che impugnava un fulmine in ciascuna mano. Gli ellanodici, in particolare, s’impegnavano a emettere «giudizi equi e non corrotti da doni, e a tenere segreto ciò che riguarda chi è stato accettato e chi no»: insomma, una tutela della privacy ante litteram. Nel Bouleuterion, subito dopo, si procedeva con le iscrizioni degli atleti alle gare, che – dal 472 a.C. – si disputavano nel secondo, terzo e quarto giorno. Il quinto veniva dedicato alla premiazione dei vincitori e al banchetto che chiudeva l’Olimpiade, allestito nel Prytaneion: il cibo era costituito dalla carne dei 100 buoi sacrificati sull’altare di Zeus (ekatombe) il terzo giorno. Non c’erano cerimonie di apertura e di chiusura come le intendiamo oggi.

Durante i giochi Olimpia pulsava di vita: lì confluivano oratori, artisti, musicisti, danzatori, acrobati, indovini, venditori di cibi e di souvenir, ecc., per rallegrare gli atleti e il numeroso pubblico. «Insomma, quella folla variopinta che si trova dappertutto nelle grandi fiere o, ancora al giorno d’oggi, in certi santuari nelle ricorrenze più popolari» [FINLEY-PLEKET].
Prima della costruzione del Leonidaion anche gli spettatori più abbienti si accampavano nella valle dell’Alfeo e dormivano all’aperto o in tenda. Persino le delegazioni ufficiali delle varie città, chiamate theoriai, alloggiavano nelle tende, ovviamente più grandi e sontuose delle altre. Ricordo, per esempio, quelle di Ierone e di Dionisio, ambedue tiranni di Siracusa.
Il caldo estivo, la mancanza d’acqua che a molti faceva soffrire la sete e causava malattie violente, non di rado mortali, trasmesse facilmente a causa dell’aridità del luogo (fino a quando, nel II secolo d.C., Erode Attico eliminò il problema), il dover vivere all’aperto o in scomode tende, la scarsità di servizi, l’abbondanza di mosche (tanto che per liberarsene Ercole fece sacrifici a Zeus Apomyios, ossia “Scacciamosche”) e il chiasso assordante della folla costituivano un forte deterrente per chi desiderava presenziare ai Giochi. Tant’è vero che un mugnaio di Chio minacciò il suo schiavo disobbediente di portarlo con sé a Olimpia per punizione. Ancora sul finire del I secolo d.C. il filosofo Epitteto descriveva Olimpia come una sorta di bolgia infernale.

I pendii erbosi dello stadio di Olimpia potevano ospitare forse 45.000 spettatori. Ma spesso era difficile trovare posto, tanto che Plutarco nella raccolta Le virtù di Sparta narra questo aneddoto: «Una volta, durante lo svolgimento dei giochi, un vecchio avrebbe voluto assistere alle gare, ma non trovava uno spazio per sedersi. Quando però arrivò nel settore degli Spartani, tutti i giovani e molti uomini adulti si alzarono per cedergli il posto. L’intero stadio reagì a quel gesto con un applauso e con grida di approvazione. Il vecchio sospirò fra le lacrime: “Povero me! Tutti i Greci sanno quel che è giusto fare, ma solo gli Spartani lo fanno”».

 
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